E ancora chiediamo perdono. Una testimonianza da Gaza
Sembra un giorno qualunque quello in cui Loris De Filippi si trova davanti a una scelta imprevista: rinunciare alla missione per Haiti e rispondere a una chiamata urgente da Gaza. Nonostante le paure di chi gli vuole bene, parte. Dopo giorni di preparativi febbrili, arriva in una Gaza irriconoscibile: quartieri polverizzati, ospedali al collasso, una popolazione sospesa tra terrore e resistenza quotidiana. È lì, tra incubatrici spente e vite ridotte a un respiro, che comprende di aver superato un limite e decide di fare ciò che in trent'anni di lavoro umanitario non aveva mai voluto fare: raccontare. Perché Gaza richiede un'eccezione. Perché, questa volta, il silenzio sarebbe complicità. Con un linguaggio asciutto, fermo, a volte straziante, restituisce dignità ai «bambini senza nome», alle madri che stringono i figli mentre l'inferno si abbatte sulle loro case, ai medici che lottano come ultimi baluardi di umanità. Sapendo che lavorare a Gaza significa resistere, farsi argine in un presente ferito che chiede, ostinatamente, di «restare umani». Quando l'annuncio di un fragile accordo di pace irrompe nella notte, la speranza diventa un «atto di fede», l'unico antidoto al «pessimismo dell'intelligenza». Ma De Filippi sa che una pace senza giustizia non è pace: è una tregua concessa dai più forti. Un motivo in più per testimoniare. Questo libro è il racconto diretto e senza sconti di chi ha scelto di non voltarsi dall'altra parte. Un esercizio di memoria, ma anche un messaggio di speranza. Perché se nascerà una pace, pur fragile e imperfetta, non sarà da un trattato, ma dalle mani di chi ogni giorno sceglie di non odiare, di curare invece che ferire, di costruire invece che distruggere. Non dalla voce di chi accusa e ingiuria, ma da quella di chi sa chiedere perdono, ancora e ancora.
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