Mille anni di piacere

Mille anni di piacere

È l'universalità della miseria quella che Nakagami ci racconta, col suo corollario di fatica, ignoranza e violenza; i suoi Vicoli, come accade sotto ogni cielo negli ambienti piú degradati, sono abitati da un'umanità tesa a soddisfare i bisogni primordiali, imprigionata in una dimensione arcaica, in una sacca densa di odori e di umori dove emerge il lato piú brutale degli individui. (...) E' una vicenda corale quella che zia Oryu ci racconta, in una recitazione cadenzata come la voce dei cantastorie che nel tramandare l'epopea della loro gente trasformano gli uomini in miti, gli eventi in leggenda, i luoghi in simboli. I Vicoli, sospesi al di sopra dello Stagno dei Fiori di Loto in una dimensione che trascende spazio e tempo, diventano così un'utopia di intimità e compassione, un limbo dove tutti sono innocenti, perché ogni vita è parte del divino. (Dalla prefazione di Antonietta Pastore). Una casta maledetta costretta a vivere nei Vicoli. Una famiglia di uomini bellissimi, sfrenati nei piaceri, sempre in bilico fra l'amore per la vita e l'attrazione per la morte, posseduti da una colpa che ignorano. Una vecchissima levatrice testimone dei loro brevi destini, incarnazione di un dolente fatalismo e di una saggezza ancestrale. Nel suo romanzo-capolavoro Nakagami è riuscito a raccontare uno spazio mitico in cui vagiti e rantoli costituiscono il ritmo brulicante dell'universo.
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