Storie di ordinaria follia

Storie di ordinaria follia

Quando scrive questi racconti – prima usciti in ordine sparso in alcune riviste underground e solo in seguito raccolti in un unico volume –, Charles Bukowski lavora ancora all’Ufficio postale che l’ha tenuto inchiodato per quasi dodici anni. E cioè è arrabbiato, svilito da un impiego monotono che pugnala ogni giorno il suo sogno di diventare scrittore. Forse è proprio questa la forza delle storie qui contenute, storie la cui selvaggia assurdità rispecchia quella della vita di chi le scrive, e in cui l’autore rinuncia al suo amato alter ego – Henry Chinaski – per buttarsi di faccia tra le pagine. Bukowski al Mattatoio, Bukowski con il culo per terra, Bukowski con la macchina da scrivere al banco dei pegni, Bukowski con i soldi contati per il vino spaccabudella, Bukowski detto Kid Polvere di Stelle, lontano dal sogno, con il peso di un quarto di manzo sulla spalla, con tutto il peso del mondo sulla schiena. Il risultato è una raccolta di eccessi e speranze infrante, un ritratto fuori dai denti dell’America vera, dove le ambizioni stanno sul fondo di una bottiglia e i desideri sono comete luminose tra le vie di una città.
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