La meglio gioventù

La meglio gioventù

I registi la chiamano 'luce a cavallo'. Compare in quella manciata di minuti intermedi quando non è ancora calata la sera e non è ancora terminato il giorno. Quella luce (diafana, venata d'azzurro lontananza) che rende magici i volti, i paesaggi, le cose. Magici vuol dire reali e contemporaneamente sognati. Vuol dire irripetibili e, allo stesso tempo, già visti, già vissuti, familiari. La luce a cavallo è il segreto di questo film (anche quando notturno, elettrico, solare), della sua sceneggiatura (anche quando vertiginosa, ellittica, reticolare). Del suo successo. Quando alla fine si accendono le luci nella Sala Debussy - ventoso pomeriggio di maggio, Festival di Cannes, anno 2003 - c'è come un piccolo vuoto, una frazione di tempo che si gonfia in una goccia, prima che l'applauso cominci a propagarsi come un'onda. Otto minuti, nove, dieci: pubblico in piedi. La spiaggia del palcoscenico accoglie Marco Tullio Giordana, gli attori, la produzione, i sorrisi. E mentre la parola 'Fine' galleggia ancora sul fondale (della storia e della sala) l'avventurosa nave de "La meglio gioventù" comincia il suo viaggio. [...] (Dall'introduzione di Pino Corrias)
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