L'albero dai fiori rossi

L'albero dai fiori rossi

Clara ha quattro anni, vive in una opulenta casa circondata da prati all'inglese e dalla smaltata vegetazione di Giava. Intorno a lei, una famiglia amorevole e una schiera di 'djongo', i devoti servitori di Bandung. La vita scorre morbida, scandita dai riti quotidiani e dalle visite alle piantagioni di tè e di caucciù. E' l'incantato idillio coloniale, che nulla sembra possa intaccare. Ma il suo annientamento è fulmineo come il drappello di giapponesi che all'alba irrompe in casa per deportare i padroni olandesi. Il padre finirà, con gli altri stranieri dell'isola, in Birmania a costruire una ferrovia; Clara, la madre, il fratellino maggiore e quello appena nato verranno rinchiusi in uno dei campi di concentramento ricavati dalla recinzione di interi quartieri, insieme a diecimila tra donne e bambini. Fame, sete, sevizie, infezioni, dissenteria, beri-beri e lo spaventevole, quotidiano 'tenko', l'appello, durante il quale le prigioniere venivano lasciate al sole per l'intera giornata, spesso fino a morirne: è questo, per quattro anni, il nuovo destino della famiglia. Solo cinquant'anni dopo Clara, nel frattempo trasferitasi negli Stati Uniti, si deciderà a nominare ciò che ha vissuto: come tributo alla memoria della madre, al suo coraggio, ma forse anche come reazione alla incomprensione, sorda seppur benevolente, del nostro mondo rispetto a questi orrori. Una reazione che non dovrebbe più ripetersi oggi, se ascoltiamo la voce sicura, pacata e commossa che parla in questo libro.
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