Giustino Fortunato e il Senato. Carteggio (1909-1930)

Giustino Fortunato e il Senato. Carteggio (1909-1930)

Per molti uomini che nei decenni successivi all'unità d'Italia guidarono il giovane paese, il motto attribuito a Massimo D'Azeglio - "l'Italia è fatta, ora bisogna fare gli Italiani" - non era una frase improbabile, intrisa di vuota retorica, ma indicava un dovere etico, che era necessario assolvere con impegno e dedizione. Di quella generazione Giustino Fortunato fu tra gli esponenti piu rappresentativi e con le doti più significative: forte senso dello Stato, attaccamento ai valori liberali, consapevolezza di essere parte di un ceto dirigente chiamato ad un compito impegnativo. Troppo giovane per dare il suo contributo al biennio che portò all'unificazione (era nato nel 1848), l'era risorgimentale rimase per lui l'orizzonte fisso dell'impegno politico e civile, convinto com'era che il nuovo Stato avesse l'obbligo di creare, pressoché dal nulla, le strutture minime di una vita politica libera, e contemporaneamente recuperare i ritardi accumulati da secoli di divisioni e di servaggio dell'Italia. Deputato per quasi un trentennio (1880-1909), poi senatore, Fortunato non ricoprì mai incarichi di governo. Fu una scelta dettata anzitutto da un'inclinazione caratteriale. Poco interessato alla gestione del potere, la vita pubblica lo appassionava come agone nel quale mettere a fuoco i problemi, conoscere la realtà, trovare soluzioni che potessero risultare utili alla collettività.
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