Mourinho immaginario. Una educazione sentimentale

Mourinho immaginario. Una educazione sentimentale

Per sapere chi è davvero José Mourinho è inutile afferrarsi alla sua biografia, alla cronaca sportiva, alle opinioni degli addetti ai lavori. Serve un approccio diverso, libero, sfrenato, letterario, dadaista. Per tentare di ricostruire i percorsi che stanno dietro a questa figura, a questo dandy moderno che vive con ironia il proprio ruolo demiurgico, occorre allora abbandonare ogni velleità di continuità narrativa per lasciarsi andare al fluire dell'aneddoto e apprezzare l'effervescenza sfuggente dell'epifania. Il suo più grande merito (e la sua grande novità) consiste nel metterci sempre la faccia, nel polarizzare l'attenzione su di sé, riuscendo a togliere ai calciatori l'amletico dilemma di essere individui responsabilizzati. Ecco allora che la sua apparente tirannia del protagonismo toglie, cristologicamente, la possibilità ai calciatori di commettere il peccato di pensare e di interrogarsi su se stessi. Mourinho fa squadra, fa società, fa anima. Nessuno, o quasi nessuno, lo aveva mai fatto prima. Così diverso dai colleghi e lontano dai luoghi comuni del calcio, deve molto al fatto di non essere un ex calciatore e quindi di poter quasi sabotare l'ambiente. Mourinho è il Grande Gatsby del mondo del calcio: tutti partecipano alla sua festa, ma nessuno può dire di conoscerlo davvero. Eppure una cosa è certa: il calcio italiano è nelle sue mani, il circo gira intorno a lui.
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