Marina Cvetáeva, mia madre

Marina Cvetáeva, mia madre

Ariadna Efron, figlia primogenita di Marina Cvetaeva, dedica a sua madre pagine dense di un amore senza confini e di ammirazione per la creatura elusiva e selvatica che fu la più grande poetessa russa della sua epoca. Da lei rivela di aver imparato tutto: a vivere con fantasia i momenti difficili, a godere del dono della poesia e dell'amicizia, ad apprezzare i semplici piaceri quotidiani anche nei momenti più bui della loro esistenza. "Il fatto di avere due vestiti in tutto, non mi spingeva a sognarne un terzo", ricorda Ariadna ripensando alla sua infanzia passata in esilio a Praga e poi a Parigi, dove Marina e suo marito Sergéj affrontavano con coraggio, dignità e anche umorismo povertà e difficoltà di ogni genere. Con partecipazione e capacità di scrittura non comune Ariadna descrive la concentrazione assoluta con cui Marina si astraeva da tutto per riempire i quaderni di poesie, la vita dell'esilio, le intense amicizie fatte di incontri e di preziosi epistolari con i suoi grandi contemporanei: Majakovskij, Pasternak, la Achmatova, Rilke. Costante è la nostalgia per la patria, ormai diversa, e perduta. Una volta tornati in Russia, anche Ariadna - come suo padre Efrón, considerato nemico del popolo, arrestato e fucilato - conosce la deportazione in un gulag, e i suoi ricordi si fermano prima del disperato gesto della madre, suicida perché sola e abbandonata da tutti. La sua penetrante testimonianza ci restituisce un ritratto vivo e vibrante della grandezza di Marina, della sua capacità di restare in equilibrio fra gli abissi e le vette del proprio sentire, dell'originalità del limpido e sofferto sguardo che sembrava provenire da un altro pianeta. Con un'Introduzione, "Nostalgia della patria: un richiamo fatale" di Marietta Cudakova.
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