Infanzia, vocazione, esperienze di un regista

Infanzia, vocazione, esperienze di un regista

Luigi Comencini è molto avanti con gli anni. Quando è nato, nel 1916 a Salò, Griffith girava Intolerance. Quindi è vecchio quasi quanto il cinema, è lui stesso a dirlo con la dolce ironia di chi ha alle spalle una vita piena e un amore mai deluso, quello appunto per i film e per il mestiere di regista. "Davvero un bel mestiere!" dichiara Comencini con un soffio di nostalgia, alla fine di queste rapide intense pagine di memorie. "Ho trascorso la mia adolescenza in una remota cittadina della Francia del Sud-ovest di appena venticinquemila abitanti. Il giovedì non si andava a scuola, si andava al cinema. C'erano quattro sale. Al suono di un campanello tremolante, simile a quello che nelle stazioni annuncia l'arrivo di un treno, si radunavano silenziosi e gravi i primi spettatori. Fra tocchi di art-déco, moquette e tendaggi, musiche dolcissime e luci soffuse, si accedeva al tempio". E' l'inizio di un rito, tante volte descritto, da Calvino a Barthes, il sortilegio di una magia che tutti coloro che hanno vissuto il tempo senza televisione hanno provato. In punta di piedi, con la grazia, la civiltà e la sensibilità che caratterizzano tanti suoi film, Comencini racconta l'infanzia, gli esordi della sua carriera e le tappe significative della sua attività di regista. Da Proibito rubare (1948) a Pane, amore e fantasia (1953), con cui diede inizio al felice filone della commedia popolare, da Tutti a casa (1960) a quel Pinocchio televisivo (1972) che tanto piacque a Elsa Morante, da Incompreso (1967) a Un ragazzo di Calabria (1987), quello che emerge da questo lungometraggio di ricordi costellato di film è la professionalità artigiana del regista, la sua passione rattenuta e costante, per l'anima buona del cinema, quella di rendere felici se stessi ed il pubblico.
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