La mia musica. Jazz, dodecafonica, leggera

La mia musica. Jazz, dodecafonica, leggera

Jean-Paul Sartre apparteneva a una famiglia di musicisti. Il nonno e la nonna suonavano il piano e anche la madre suonava e soprattutto cantava benissimo; per non parlare del cugino, Albert Schweitzer, grande e noto esecutore di musica per organo. Egli stesso suonava il piano, eseguendo musiche di Mendelssohn, Beethoven, Schumann ma anche Chopin e Mozart. Da giovanissimo, tra il 1922 e il 1923, all’Olimpia di Parigi ascolta le prime musiche jazz. Le avverte come musiche non da ballare, ma da ascoltare, con la stessa attenzione con cui si ascolta Schönberg. Gli sembra che quei ritmi “rappresentino bene il nostro tempo”, essendo anche “simboli dell’internazionalismo”. L’amore per il jazz sarà sempre una costante nella vita di Sartre e durante il primo viaggio negli Stati Uniti si accorge che il jazz americano è tutt’altra cosa rispetto a quello ascoltato a Parigi. Non trascurava però neppure la musica leggera: nel 1946 regala a Juliette Greco, ventenne, la celebre canzone Rue des Blancs Manteaux, di cui scrisse parole e musica. Ma la sua vera passione rimarrà la musica “seria”, accompagnata da una forte “curiosità” per la musica atonale e dodecafonica. L’analisi e le osservazioni critiche di Sartre sulla musica aiutano a meglio comprendere la struttura unitaria del suo pensiero, il suo irradiarsi in ogni settore della creatività umana, in ogni forma espressiva dello spirito.
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