Paul Valéry: «Existence du symbolisme»

Paul Valéry: «Existence du symbolisme»

La fortuna di un nome è qualche volta affidata alle forze del caso: nata dalla penna di un poeta ambizioso e irrequieto, Jean Moreas, che sarà fra i primi a disertare per fondare un'altra scuola, l'insegna ambigua e suggestiva di Simbolismo sembra adunare un manipolo letterario più riottoso che persuaso: i cosiddetti Maestri ignorano o rifiutano l'etichetta ("Simbolismo? Non capisco... È una parola tedesca, vero?" chiede Verlaine. Mentre Mallarmé è salutato) da Victor Hugo con l'appellativo di "caro poeta impressionista"). D'altro canto i giovani che, pur fra polemici “distinguo”, vogliono fregiarsi di quel blasone appaiono per lo più destinati a confondersi in un brulichio generazionale vivace ma di corto respiro. Il primo valore di “Simbolismo”, giusta la traccia etimologica, è sì quello di legame sun-ballv, "jonction", come traduce Valéry nei Cahiers) ma non nel senso dell'accostamento fra due elementi disparati, bensì nel ricongiungimento di quello che all'inizio era un intero, e che è stato franto per permettere di ritrovarsi e di riconoscersi. Era dunque opportuno che una “giornata di studio” nel quadro delle celebrazioni tenutesi nel cinquantenario della morte di Valéry privilegiasse proprio gli aspetti italiani della ricerca dedicata allo scrittore francese, in modo da completare il panorama internazionale offerto dai molti convegni e da illustrare degnamente le diverse generazioni di specialisti operanti nel nostro Paese.
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