Tempi migliori

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È noto il giudizio che Jean-Paul Sartre dette di Dos Passos: il più grande scrittore del nostro tempo. Si può anche non essere d'accordo con un opinione così decisa, del resto condivisa da molti, tra cui Cesare Pavese, che lo tradusse. Comunque lo scrittore statunitense è stato un punto di riferimento per intere generazioni tra la fine della prima e l'inizio della seconda guerra mondiale. Romanzi come "Manhattan Transfer" e la trilogia "USA" ("42° Parallelo", "1919", "Un mucchio di quattrini") restano tra i più sigrnificativi e importanti della letteratura americana. Ora, queste memorie, che abbracciano i cruciali primi quarant'anni del secolo scorso, rivelano un Dos Passos non soltanto protagonista della scena culturale di quegli anni, partecipe di una società letteraria oggi divenuta mitica, con personaggi del calibro di Hemingway, di Scott Fitzgerald, di Edmund Wilson, di Gertrude Stein e di molti altri, ma anche il giornalista impegnato e lo spericolato viaggiatore in un'Europa in preda alla guerra, o in tutta l'Asia Minore o nel mosaico etnico dell'impero sovietico, misterioso e imprevedibile, quando ancora con il terrore restavano tracce di libertà e quando Stalin era solo un'ombra minacciosa. Con una prefazione di Piero Gelli.
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