Ritratti e figure. Capolavori impressionisti

Ritratti e figure. Capolavori impressionisti

"Vero pittore è colui che sa afferrare il lato epico della vita di ogni giorno e sa farci vedere quanto siamo grandi e poetici nelle nostre cravatte e nelle nostre scarpe verniciate" afferma Charles Baudelaire, personalità chiave nel diffondere, fra gli artisti che saranno poi definiti 'impressionisti', il gusto di dipingere il loro tempo. Un assunto cui essi aderiscono in modo entusiastico, rompendo una scorza di convenzioni oramai stanche, dando voce a una visione progressiva dell'esistenza, offrendone immagini che ne valorizzano l'aspetto vitale. Ma poiché sono artisti grandi e lontanissimi da schemi, non dimenticano l'altro lato della medaglia, posto in ombra dall'atteggiamento più tipico della nuova cultura positivista, e alcuni di loro riserbano attenzione anche alle voci dell'inquietudine e del dubbio. La mostra ospitata al Complesso del Vittoriano e dedicata al ritratto e alla figura impressionista, non manca di sottolineare anche tale aspetto, generalmente messo in ombra dall'idea dominante di un impressionismo creatore di scene luminose, popolate di donne bionde e di bambini nel sole. Il che è altrettanto vero ed è testimoniato in mostra mirabilmente, soprattutto dalle opere delle tre pittrici del movimento: Berthe Morisot, Mary Cassatt, Marie Bracquemond e da quella del grande Renoir. Ma Manet dipinge negli occhi della compagna di Baudelaire i segni della malattia, Degas ritrae un artista inquieto e perplesso, con ai piedi un manichino disarticolato e, nell'ultima stagione, muove le sue ballerine all'insegna di un automatismo strano, lontano dalla grazia tradizionale delle precedenti immagini. Cézanne avvolge di cupezza le sue grandi figure e Pissarro si rifugia nel sogno di un utopico futuro nel quale tutti gli uomini siano uniti dalla gioia del lavoro nei campi. Infine Bazille nella "Piccola cantante italiana di strada", dipinto finora mai esposto, ci offre l'immagine di una creatura quasi deforme, patetica e misera, anche se ricca di risonanze umane. Una mostra dunque ricca di implicazioni, come deve essere quando si affronta con consapevolezza scientifica un problema storico-artistico, nella quale pittori che hanno eliminato "lo schema che separa l'atelier dalla vita di ogni giorno", come afferma Edmond Duranty, hanno saputo rendere quest'ultima nella ricchezza e complessità delle sue articolazioni. (Dalla prefazione di Gianni Borgna, Assessore alle Politiche Culturali del Comune di Roma)
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