Ho ucciso Napoleone

Ho ucciso Napoleone

Un viaggio. Quattro anni. Un insieme di paesaggi, un susseguirsi di scorci lungo i quali l'autore si scontra, si coccola, si distrugge, si risana. Un cammino in compagnia dei propri sé. Uno spazio per confidarsi, tormentarsi, liberarsi o rimanerne vittima. A condurre queste truppe di attacchi all'anima è Napoleone, un dittatore spietato, che ha il volto di noi stessi, degli altri, dei limiti, dell'inarrivabile, ha il volto del padre, ha la voce delle donne scappate, delle occasioni defunte. Uccidere Napoleone è una vocazione di vita, che spesso porta ad annullarsi, a sprecarsi inutilmente. Una guerra piena di battaglie tormentate, che strappa la carne, come un amore forte improvviso, e annienta tanto da farti arrendere, e in quel momento quando si sta per mollare tutto, quel momento in cui si decide di prendere solo il carico di quello che è semplicemente il "se stesso" autentico, pieno di contraddizioni, limiti, ferite e imperfezioni, e abbandonare tutto il resto sul campo di battaglia, ecco, proprio in quel momento che si manda a tappeto quel Napoleone, che ha la nostra faccia, ma non la nostra preoccupazione. Piegarsi all'umiltà di essere quel che semplicemente si è, è il colpo vincente del protagonista di una vita, in una battaglia che non cessa mai.
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