Non gli ho detto del quadro di Oxford

Non gli ho detto del quadro di Oxford

Londra, 1970: il romanzo di un'ossessione inizia quando il giovane e inesperto mercante fiorentino Angelo Morganti acquista dall'enigmatico antiquario Benjamin Kahn, al prezzo di sole 1200 sterline, la Continenza di Scipione, tela attribuita ad Antoon van Dyck. Affare d'oro o truffa? E perché il venditore è stato così remissivo nella trattativa? Sembra l'avvio di un krimi o di una detective story e invece no. Dietro a un maquillage narrativo che attrae e incuriosisce, c'è una vicenda reale e clamorosa, una polemica che ha diviso e ancora divide critici, accademici e addetti ai lavori (molti di questi compaiono nel libro, profili e nomi di fantasia che lasciano forse far intravedere figure vere, sicuramente verosimili). Il segreto rivelatore è nel titolo: "Non gli ho detto del quadro di Oxford" è, in realtà, una frase estrapolata dalla lettera con cui, nella fiction, l'antiquario londinese che cede il Van Dyck a Morganti informa il proprio figlio dell'avvenuta vendita del dipinto. E il suo silenzio è colpevole: davvero, infatti, nella Picture Gallery del Christ Church College di Oxford, a tutt'oggi, si trova un quadro che viene presentato al pubblico come la Continenza di Scipione. Ma allora il quadro di Morganti è una copia? Oppure uno dei due non è ciò che viene dichiarato?
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