La geometria del vuoto. 100 haiku e altre forme dell'attimo
Sono le 5:30 del mattino. Esco di casa per andare al lavoro. L'alba è ancora buia, le strade deserte; il silenzio del paese è attraversato dal profumo del pane fresco. È capitato a tutti. Ma si può davvero spiegare, a parole, la sensazione di quel profumo? Se lo dicessi semplicemente "buono", cosa resterebbe di quel filo di nostalgia, dell'impressione di sfiorare un ricordo irrimediabilmente perso, di quel brivido che sta risalendo lungo la schiena? Mi piace questo esempio perché descrive un'intimità condivisa, eppure praticamente inesprimibile. La poesia ci prova, ed io con lei: fa del linguaggio un ponte verso un ambito interiore tanto presente e reale quanto ineffabile. "La geometria del vuoto" è una silloge che tenta di cogliere e comunicare la meraviglia che pervade la trama del quotidiano in modo altrimenti impercettibile; vorrebbe diventare uno strumento per imparare a riconoscere, tra le pieghe della realtà, il senso del nostro percorso. Nella speranza di riuscire nel mio intento, affido a chi legge il compito di ricamare sulle mie parole la propria intima riflessione, completando così una tra le infinite possibilità interpretative dell'intuizione iniziale.
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