Ultima pagina. Volevo fare il giornalista

Ultima pagina. Volevo fare il giornalista

Bologna, 1980. Quando viene assunto nell’Ufficio Provincie di un quotidiano locale, Milordino ha venticinque anni, una laurea in tasca, una fidanzata che non ama e un sogno mal riposto: fare il giornalista. Ancora non sa che il luogo nel quale si troverà a lavorare è conosciuto come lo Stanzone: un girone redazionale popolato da giovani alle prime armi, redattori ormai sul viale del tramonto, aspiranti seduttori e maestri del cazzeggio. Lì dentro si lavora (poco), si sbraita (molto), si ride (tantissimo) e si sopravvive alla vita di redazione tra fuorisacco, fax sbiaditi e tipografia con caratteri in piombo. Intanto, al di fuori, la Bologna appena uscita degli anni Settanta ribolle, inconsapevole di essere alla soglia di due delle tragedie che più la segneranno: il disastro di Ustica e la bomba alla stazione. È questo il tempo in cui Millo inizia a fare i conti con l’ambizione, la paura di fallire, le scelte, il peso delle aspettative e soprattutto con la propria identità da costruire.
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