Malarazza

Malarazza

La carne cattiva, non di razza, lo scarto. Storie di identità segnate. Da un destino incontrovertibile predesignato da ambiente, codici non scritti, mentalità, substrati culturali, generazione. Destino direttore di agire, sentimenti, conflittualità familiari e relazionali, un destino infestante. Sottesi speculari accomunano i personaggi dei racconti. Brevi. Sequenze crude per geografie di moti, destinazioni di approdo. Provocazioni. Brevi, della brevità estemporanea ma dal lascito grumoso, della sensazione deflagrata e poi affievolita dall'esame oggettivo sulla realtà. Quindi la rassegnazione. Indifferente, piatta, agita naturalmente, di tradizione. La rassegnazione dei vinti, i disillusi, i sottoposti, subalterni a un superiore, sociale o divino. Non senza lotta: il tentativo di determinazione di autonomia personale (e collettiva), l'affermazione d'indipendenza, la rivendicazione d'essere difformi ma eguali, fedeli al sé, fuori dal dovere, dall'obbligo, dal confine. Sottesi di condizioni comuni. A volere rendere grazia, per stimolazione di coscienza, allo stato di libertà, alla comune volontà di potenza nel riscattarne il diritto naturale. Teatro d'azione il Sud. Specifico, individuato. Feticcio del basso, dei meridioni, di tutte le intestina del mondo. Il Sud del senso - anzi del sentimento - di vacuità, di eterna transumanza, del precariato o peggio dell'invisibilità sociale; il Sud della non identificazione del senso dell'esistere. E, tradendo l'esempio della progenie ellenica, rinunciare passivamente ad allontanare la morte prendendosene gioco, accogliendola invece, ospitandola, affiancandola in vita. Con bellezza. Con disperata, estrema, bellezza.
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