Racconti, teatro, scritti giornalistici

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Per uno di quei casi in cui si inscrive un destino, a Vitaliano Brancati è capitato di essere lo scrittore più meridionale d'Italia: in quella Sicilia orientale balzata sulla scena letteraria con Verga e Capuana, che avrà le sue estreme propaggini nella Comiso di Gesualdo Bufalino, egli ha avuto la sorte e la prerogativa di nascere nel centro urbano più meridionale in assoluto. Quella Pachino, il cui nome aveva a lungo risuonato nella memoria dei versi di Dante ("E la bella Trinacria, che caliga / tra Pachino e Peloro, sopra 'l golfo / che riceve da Euro maggior briga, / non per Tifeo ma per nascente solfo", Par. VIII, 67-70), ha trovato con lui un ruolo e una presenza nella nostra storia letteraria assai prima di passare alla condizione di nome comune di un vegetale di intensa produzione. Certo, a voler cavillare, più 'meridionali' dovrebbero essere considerati alcuni scrittori nati ancora più a Sud, ma fuori del territorio italiano, in primo luogo gli 'alessandrini' Marinetti e Ungaretti (nati appunto nella più meridionale e decentrata Alessandria d'Egitto rispettivamente nel 1876 e nel 1888): ma, nonostante la nascita alessandrina, i due, nella loro cultura e nel loro atteggiamento verso il mondo, hanno ben poco di 'meridionale' sono proiettati variamente verso miti, prospettive, scelte letterarie piuttosto 'nordiche', inseriti in quella che per lungo tempo è sembrata l'onda vincente della cultura europea e mondiale. E d'altra parte l'essere meridionale di Brancati non si risolve in un abbandono a una dispiegata solarità (ciò non si dà del resto per nessuno dei grandi siciliani), ma in un insistente confronto tra sole e ombra, in una appassionata immersione nel chiaroscuro, in una investigazione sui contrasti, le incertezze, le esitazioni, le sfumature, su tutto ciò che complica, estenua, distrugge la promessa di felicità e di gioia che sembra emanare da quell'estremo essere a Sud. La sua meridionalità è insieme aspirazione al dispiegarsi di un mondo colorato e felice, slegato dai vincoli e dalle costrizioni dell'essere sociale, e sguardo 'critico' su di esso, sulla sua persistenza, sulla sua stessa possibilità: nell'opera di Brancati la meridionalità consiste e si dispiega con il sostegno della cultura illuministica europea, delle forme e delle espressioni di una ragione appassionata; si nutre della grande letteratura 'moderna', quella in cui la curiosità per il mondo, per la persistenza della vita, per i suoi valori essenziali, si appoggia su una razionalità aperta, su uno spirito libero e spregiudicato, sul rifiuto di ogni chiesa e di ogni pregiudiziale ideologica. Brancati trasporta tra la luce accecante e le ombre inquietanti del Sud, di quel particolare Sud che è la Sicilia, quella tradizione ironica, quel senso così vitale del limite, dell'errore, della forza e insieme della fragilità della ragione che ha percorso la cultura 'laica' dell'Europa moderna, da Ariosto a Voltaire a Mozart (cui possono anche ascriversi altri autori a lui molto cari, come Leopardi, Stendhal, Gogol', Flaubert). Sensualità e solarità meridionale, pulsione 'barocca' sprigionata dal paesaggio e dalle pietre di quel Sud del Sud che da Pachino risale a Catania passando per Noto, Avola, Ragusa, Modica, Siracusa: tutto ciò viene come temperato e insieme esaltato dalla scommessa illuministica e dalla disposizione al comico e all'umorismo. Umorismo e comicità che in Brancati si appoggiano da una parte alla grande tradizione classica (dove appunto prevale la disposizione 'ironica', in intrecci che, con buona pace dei teorici del comico, non permettono di districare facilmente termini come comico, Witz, umorismo, ironia), dall'altra alla comicità contemporanea e 'novecentesca', soprattutto quella del più disincantato giornalismo satirico dalla battuta sempre pronta e pungente (tutt'altro che inessenziale il giovanile rapporto con Longanesi, che tra l'altro sulle pagine de "L'Italiano" prestava notevole attenzione a Gogol, e non trascurabili i fili occulti che ricollegano Brancati a Flaiano, di soli tre anni più giovane). [...] (Dall'introduzione)
 
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