L'Italia e il lodo Moro. Diplomazia segreta negli anni della guerra fredda
Il 17 dicembre 1972, da un anonimo ufficio all'interno dell'ambasciata italiana a Beirut, partí un appunto che sarebbe rimasto occultato per decenni negli archivi dei servizi segreti italiani. Lo firmava il colonnello Stefano Giovannone, capo del Centro Sid (Servizio informazioni difesa) nella capitale libanese e figura chiave della diplomazia segreta che l'Italia aveva attivato in una delle aree piú instabili del mondo. Poche righe, asciutte e burocratiche, che segnavano l'inizio di una strategia che avrebbe riscritto le regole del rapporto tra l'Italia e il terrorismo internazionale. Questo appunto costituisce oggi il primo documento accessibile che attesti l'esistenza di un dialogo sotterraneo tra lo Stato italiano e alcune formazioni armate riconducibili all'Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina). Un'intesa informale, destinata a evolversi e ampliarsi nel tempo e che sarebbe passata alla storia con il nome convenzionale di «lodo Moro». L'accordo consentiva ai miliziani di muoversi liberamente in Italia e, anche se arrestati con armi o esplosivi, ne favoriva il rapido rilascio. In cambio, le formazioni coinvolte si impegnavano a non colpire obiettivi italiani, mentre il nostro Paese si faceva carico di promuovere il riconoscimento diplomatico dell'Olp come unico legittimo rappresentante del popolo palestinese.
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