Revolution. Storia di una canzone dei Beatles dalla protesta alla pubblicità

Revolution. Storia di una canzone dei Beatles dalla protesta alla pubblicità

Quando, nel 1968, i Beatles pubblicarono la prima versione di Revolution, si ritrovarono nel mezzo di una singolare bufera, presi tra quanti temevano da parte loro posizioni troppo radicali e quanti invece, tra gli attivisti, si sentivano traditi dai versi di John Lennon, apertamente pacifisti e contrari alla violenza. Non era un caso: Revolution è una canzone - in realtà, una serie di canzoni - disseminata di elementi contraddittori e ambiguità, deliberatamente scritta per suscitare una reazione forte in quanti l'ascoltavano. Quando poi, nel 1987, la Nike scelse il pezzo come colonna sonora di un suo spot, esplosero di nuovo le polemiche da parte, stavolta, di quanti sentivano che l'utilizzo commerciale della musica dei Fab Four fosse un vero e proprio sacrilegio. Questo libro non è soltanto il racconto di una delle più straordinarie vicende musicali del Ventesimo secolo, ma anche una riflessione sulla pop culture, il capitalismo e i molti e diversi linguaggi e piani di significato che sono in azione quando usufruiamo di un prodotto culturale o siamo chiamati in causa da un messaggio pubblicitario, e da come tutto ciò sia influenzato dal tempo, dal luogo, dalle nostre convinzioni o credenze e dalle intenzioni nostre e di chi crea il contenuto. Alan Bradshaw e Linda Scott ci mostrano, anche, come la distinzione tra ciò che è arte e ciò che invece viene fatto "per vendere" sia spesso del tutto soggettiva e impalpabile, tanto che i Beatles non avevano problemi a considerarsi e definirsi "commerciali" mentre il settore dell'advertising, negli anni Ottanta, fu protagonista di una formidabile stagione creativa. "Revolution", scritto con il rigore degli studiosi e la passione dei fan della più celebre band di tutti i tempi, è un libro sorprendente che ci fa riconsiderare le visioni antitetiche e semplicistiche di artisti integri e disinteressati opposti a pubblicitari avidi e opportunisti per trattare finalmente l'advertising come una più complessa questione di politica culturale.
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