La stanza di Rodinsky

La stanza di Rodinsky

"La stanza di Rodinsky" è l'occasione per un percorso accidentato. E un non libro costruito su diversi fattori. Per prima cosa: due autori diversissimi, Iain Sinclair è il mentore della follia londinese, il Dickens della fine del ventesimo secolo, la figura letteraria che assomma in sé il dottor Jekyll e il signor Hyde. Dotato di una conoscenza spaventosa della metropoli e degli intrecci di artisti, letterati, folli che la attraversano, sembra godere nel confondere il lettore, nell'affastellare nozioni e concetti, tracce e sospetti. Per contro, Rachel Lichtenstein non apparteneva - prima di questo libro - alla schiera dei letterati. Era stata artista. Installazioni, per intenderci. Non stupisce che quando entrò nella stanza di Rodinsky rimase folgorata. Comunque si fa presto a raccontare la storia. C'è Londra. All'interno di Londra c'è il quartiere di Spitalfields che ha ospitato l'immigrazione ebraica della prima metà del secolo scorso e quella più recente del Bangladesh e che sa di stufati e di profumi di curry. All'interno di Spitalfields c'è Princelet Street. Al 19 di Princelet Street c'è la vecchia sinagoga in disuso. Sopra la vecchia sinagoga in disuso c'è la stanza di Rodinsky. All'interno della stanza di Rodinsky c'è Londra. Cosa sia Londra è poi difficile da determinare, anche a non voler essere pindarici come Sinclair. Che cosa sia stata la Londra di Rodinsky è quanto la Lichtenstein prova a ricostruire. Ma è il mondo che vi immaginate: emigrati ebrei dall'Est.
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