Le maestrie di Zarathustra e Pitagora

Le maestrie di Zarathustra e Pitagora

Lo studio verte su Pitagora a contatto con i maestri egiziani e persiani Enufis e Zaratas (o Zarathustra) e costituisce una replica all’indirizzo prevalente di relegare Pitagora al di fuori della filosofia propriamente detta e di proporne una visione dipendente dal presunto “sciamanismo” siberiano. Definisce una concezione dell’anima non ristretta a un esercizio mediatico, ma neppure declinata in modo platonico, poiché non incline alla separazione dal mondo sensibile, ma strutturata in senso naturale, per certi versi “materialistico” in quanto messa in opera da lume e tenebra, elementi sia fisici e numerici, sia divini ed etici. L’anima pensata da Pitagora viene riscoperta come vita naturale, tanto cosmica quanto umana, non più ricondotta a coscienza dell’Io, né a persona individuale. Viene pertanto inserita nell’orizzonte di un dualismo universale in cui i contrari non si escludono a vicenda, ma compongono un’armonia durante una reciproca sussistenza di differenze e sintesi nuove. La prospettiva esegetica individua nell’opera su Zoroastro di Eraclide Pontico il luogo della sua documentazione e il motivo di una fuoriuscita dal platonismo. La conclusione mira a un’ipotesi di riordino della storia della filosofia ai suoi inizi.
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