Rancore

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Mentre nel mondo infuria un male oscuro che ricorda la peste (il Covid), quattro amiche di vecchia data fuggono da Firenze dove abitano, e insieme si rifugiano in un casolare isolato della campagna toscana. Nella sospensione del tempo e nella convivenza forzata affiorano emozioni discordanti, irrompe il passato e scardina sicurezze, sovverte sentimenti, identità; le amiche sono obbligate a un confronto drammatico, alleggerito da episodi comici o grotteschi, reso attraverso una lingua multiforme, movimentato dalla continua alternanza delle voci e dalla variazione delle prospettive. Sebbene la morte resti il pensiero dominante, imprevedibili vie di fuga sembrano aprirsi nel finale, nuove speranze accendersi – o forse sono illusioni, miraggi di occhi che non sanno più vedere, così come, nel terrore provocato da un male che appariva inarrestabile, risultò appannato e infido ogni sguardo umano. Per contrastare il rischio della smemoratezza, alla narrazione fa seguito una cronistoria della pandemia, che documenta la progressione del morbo, il numero dei decessi, e s’intreccia con le riflessioni eccentriche dell’autrice, sulla scorta di un film amato: "Gli uccelli" di Hitchcock.
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